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L'Imperiale degli Sforza

La Villa Imperiale deve il suo nome ad un avvenimento che ebbe luogo nel 1452: nel mese di gennaio l’imperatore Federico III sostò a Pesaro e Alessandro Sforza, committente della villa, lo invitò a vedere il sito su cui intendeva erigere la sua residenza. L’imperatore ne pose la prima pietra: da allora la villa è nota come Imperiale.

 

La costruzione fu ultimata nel 1469, come ricorda l’iscrizione posta sul portale d’ingresso, affiancata dall’insegna dello scudo con le aquile imperiali: 

ALEXANDER SFORTIA MCCCCLXVIIII.

 

L’edificio sforzesco, più antico e caratterizzato dall’alta torre, presenta tutti i caratteri della villa di campagna del Quattrocento, con un forte richiamo all’architettura medicea. Superato il vestibolo si apre un cortile porticato che costituisce il cuore della villa quattrocentesca, con una vera da pozzo decorata. L’originaria strutturazione del cortile, prima delle modifiche cinquecentesche, prevedeva a piano terra un lato completamente aperto verso valle attraverso un portico e al livello superiore tre lati aperti in forma di loggia.

    

Gli appartamenti di Alessandro Sforza comprendevano tre grandi stanze a piano terra, verso monte, sovrastate da soffitti lignei decorati con motivi araldici della famiglia Sforza. Le stanze più piccole, che includevano le camere da letto, si trovavano al piano superiore.

 

 
L'Imperiale dei Della Rovere

La parte più sorprendente della Villa Imperiale di Pesaro è senza dubbio l’ala progettata dall’architetto urbinate Girolamo Genga (1476-1551) già dal 1523, per conto dei duchi di Urbino Francesco Maria Della Rovere e Leonora Gonzaga.

 

Francesco Maria (1490-1538), figlio di Giovanni Della Rovere e di Giovanna da Montefeltro, era stato adottato dallo zio Guidubaldo da Montefeltro, duca di Urbino. Dal 1508 la casata roveresca conosce un momento di grande splendore, interrotto solo nel 1513 da travagliate vicende politiche.

 

Dopo essere stato mandato in esilio da papa Leone X nel 1517, nel 1522 il duca rientra nel suo ducato e trasferisce la capitale da Urbino a Pesaro dove prevede una serie di importanti lavori tra cui l’ampliamento della Villa Imperiale.

Il cantiere comincia nel 1528: Girolamo Genga restaura la vecchia villa sforzesca, in cui prevede un ciclo di affreschi – realizzato da Francesco Menzocchi, Raffaellino del Colle, Camillo Mantovano e i fratelli Dossi – e progetta l’ala nuova. In questi anni Genga diventa l’interlocutore di fiducia della duchessa che segue i lavori durante le assenze del marito, impegnato come Capitano per la Repubblica di Venezia.

 

Come recita l’iscrizione di Bembo, la Villa Imperiale di Pesaro rappresentava un dono di Leonora al duca che qui avrebbe trovato riposo dopo le fatiche sofferte in battaglia. L’ala cinquecentesca, adagiata sul colle grazie a un sistema di terrazzamenti, presenta infatti una predominanza di spazi aperti: logge, giardini e cortili, luoghi ideali per gli otia dei duchi e dei loro ospiti. 

 

 
dai Medici agli Albani

Nel 1631 lo stato di Urbino passa alla Chiesa, ma i beni Della Rovere, tra cui la villa Imperiale, passano ai Medici. Dopo anni di abbandono, nel 1763, nella villa trovano rifugio Gesuiti spagnoli e portoghesi costretti all’esilio. I loro adattamenti deturpano gran parte della villa: scompaiono molte decorazioni; sale e logge divengono celle e oratori; vengono murate le altane e costruito un nuovo piano sulle terrazze.

 

Nel 1777 il principe Orazio Albani ottiene la villa in enfiteusi perpetua da Pio VI, ma i Gesuiti vi rimangono fino alla fine del secolo. La famiglia Castelbarco Albani inizia i restauri nella seconda metà dell’Ottocento: le sale affrescate sono largamente ridipinte dal pittore Giuseppe Gennari. 

 

Nei primi anni del Novecento iniziano invece i lavori per riportare alla luce le strutture originarie del complesso, con l’eliminazione di tutte le sovrastrutture create dai monaci gesuiti e il ripristino delle parti andate in rovina, come ricorda l’iscrizione che corre lungo l’avancorpo dell’ala nuova.

Durante la II Guerra Mondiale l’edificio quattrocentesco viene danneggiato ma fortunatamente in una parte non affrescata; meno gravi sono i danni alla fabbrica nuova. Nel 1945, per volere dei conti Archinta e Guglielmo Castelbarco Albani, iniziano i nuovi restauri, terminati solo negli anni ’70 che riportano le pitture all’aspetto originario eliminando, dove possibile, gli interventi ottocenteschi di Gennari.

 

 
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